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  • The Copyist

    “…That which withers in the age of mechanical reproduction is the aura of the work of art. This is a symptomatic process whose significance points beyond the realm of art. One might generalize by saying: the technique of reproduction detaches the reproduced object from the domain of tradition. By making many reproductions it substitutes a plurality of copies for a unique existence. And in permitting the reproduction to meet the beholder or listener in his own particular situation, it reactivates the object reproduced.” — Walter Benjamin

    Barbati Gallery is proud to present The Copyist, a new series of paintings by Scott Laufer whose conception was informed by the space itself: a grand palazzo in the heart of Venice, Italy. This new body of work is not only in dialogue with the artist’s heretofore oeuvre in its employment of contemporary technologies used to address the semiotics of the art historical canon, but it does so by reprising a discourse proposed by Sigmar Polke with his Rasterbilder paintings. Whereas Polke was working with tools for mass image distribution of the 1960s, specifically half-tone raster printing, and exploring media and capitalism’s replacement of enlightenment era values such as family and church, Laufer expands these ideas with newer technologies and symbols made commercially accessible by ubiquitous softwares like Adobe and Microsoft. These image and text generating technologies of the late 20th and early 21st centuries have supplanted the markers of religion and royal lineage, which have dominated Western society since the Byzantine era, with their blend modes, clone stamps, wingdings, and clip art. The use of these tools constitutes a formal strategy that Laufer utilizes to establish compositional and conceptual distance between the new paintings and their canonical references.

    Each of the paintings Laufer samples in this new suite of paintings is chosen for its Greek and Christo metaphorical significance, two themes explored in Polke’s collision of classical era depictions of god and family, mythos and mysticism, with the capitalist symbology of post-war hyper-consumerism and individualist exceptionalism. Laufer continues this line of inquiry for the information age where not only god is dead, but so is the very essence of truth; verisimilitude is blurred and flattened into the hyperplane of the digital miasma. In one example, Laufer samples moments from Johann Liss’ The Fall of Phaeton (c.1624), which tells the story of the son of Helios who asks to drive the chariot of the sun through the heavens for one day, loses control, and nearly scorches the Earth. He is then struck down with thunderbolts by Zeus and is killed. In Laufer’s resampling, the painting is cloned repetitively on a computer to the point of pure abjection and then rendered in paint. This formal approach can be seen as a philosophical trialogue between Benjamin and his ideas on aura, Polke’s assertion that copies serve primarily to provoke new questions, and Gilles Deleuze’s insistence that the essence of repetition lies in the difference that occurs upon each iteration.

    In Laufer’s painting 0.799.1.29, he uses details from Bronzino’s Deposition of Christ (1545)—the most well-known version, which is currently housed in the Palazzo Vecchio, is itself a copy made by Bronzino eight years after the original. The painting is foregrounded by a Pietà; Christ’s nearly nude body cradled lovingly in Mary’s arms. Viewed in a house of God, or more specifically as the altarpiece of the chapel of Eleonora di Toledo, one might consider its overt eroticism more a Rorschachian reflection of their own psychic perversion than a product of artistic intent. However, nothing is more centered than his nearly visible phallus, ever-so-delicately draped by a thin, light, strip of fabric. Notions of carnal, incestuous, necrophilic impropriety and the genetic mutations that they imply have no place in a space of pious sanctity. However, when mirrored samplings of these centralized details are presented in the context of a secular space located at the center of the former Holy Roman Empire, the aura of Branzino’s compulsorily censured intent is made incontrovertible.

    Scott Laufer (b.1988, Philadelphia) is an artist based in Los Angeles, California. Learning to paint by faithfully replicating the paintings of the old masters allowed Laufer the complex techniques to explore contemporary ideas about representation, mimeticism, and the new signs and symbols of the 21st century. With echoes of baroque grandiosity, he challenges concepts of representation and metaphor with virtuosic skill, thus presenting psychological quagmires of the uncanny. The Copyist will be his first solo exhibition with the gallery.

  • The Copyist

    “…Ciò che vien meno nell’epoca della riproducibilità tecnica è l’«aura» dell’opera d’arte. Il processo è sintomatico; il suo significato rimanda al di là dell’ambito artistico. La tecnica della riproduzione, cosí si potrebbe formulare la cosa, sottrae il riprodotto all’ambito della tradizione. Moltiplicando la riproduzione, essa pone al posto di un evento unico una serie quantitativa di eventi. E permettendo alla riproduzione di venire incontro a colui che ne fruisce nella sua particolare situazione, attualizza il riprodotto.” — Walter Benjamin

    Barbati Gallery è lieta di presentare The Copyist, una nuova serie di dipinti di Scott Laufer il cui concepimento è stato informato dallo spazio stesso: un importante palazzo nel cuore di Venezia. Questo nuovo corpus di opere non è solo in dialogo con il lavoro precedente dell’artista nel suo impiego di tecnologie contemporanee utilizzate per affrontare la semiotica del canone storico dell’arte, ma lo fa riprendendo un discorso proposto da Sigmar Polke con i suoi dipinti Rasterbilder. Laddove Polke lavorava con strumenti per la distribuzione di immagini di massa degli anni ‘60, in particolare la stampa a semitoni raster, ed esplorava la sostituzione di valori propri dell’Illuminismo come famiglia e chiesa con i media e il capitalismo, Laufer amplia queste idee con tecnologie e simboli più recenti resi commercialmente accessibili da software ubiquitari come Adobe e Microsoft. Queste tecnologie di creazione e lavorazione di immagini e testi della fine del XX secolo e dell’inizio del XXI secolo hanno soppiantato i simboli del lignaggio religioso e della discendenza reale, che hanno dominato la società occidentale fin dall’era bizantina, con le loro modalità di miscelazione, timbri cloni, wingdings e clip art. L’uso di questi strumenti costituisce una strategia formale che Laufer utilizza per stabilire distanza compositiva e concettuale tra i nuovi dipinti e i loro riferimenti canonici.

    Ogni dipinto è stato stato selezionato da Laufer per questa nuova serie in base alla sua rilevanza metaforica greca e cristiana, due temi esplorati dalla collisione di Polke tra rappresentazioni dell’epoca classica di Dio e della famiglia, della mitologia e del misticismo con la simbologia capitalista dell’iperconsumismo post-bellico e dell’eccezionalismo individualista. Laufer continua questa linea di indagine dell’era dell’informazione, in cui non solo Dio è morto, ma lo è anche la natura stessa della verità; la verosimiglianza è sfumata e appiattita nell’iperpiano del miasma digitale.

    In un esempio, Laufer ha campionato un frammento di La caduta di Fetonte di Johann Liss (1624 circa), nel quale viene raffigurata la storia del figlio di Helios, che chiede di guidare il carro del sole attraverso il cielo per un giorno, perde il controllo e quasi brucia la Terra prima di essere colpito dal fulmine di Zeus e ucciso. Nel ri-campionamento di Laufer, il dipinto è stato ripetutamente clonato al computer fino al punto di pura abiezione e poi realizzato pittoricamente. Questo approccio formale può essere visto come un trialogico filosofico tra Benjamin e le sue idee sull’aura, l’affermazione di Polke secondo cui le copie servono principalmente a suscitare nuove domande, e l’insistenza di Gilles Deleuze sul fatto che l’essenza della ripetizione sta nella differenza che si verifica ad ogni iterazione.

    Nel dipinto 0.799.1.29, Laufer utilizza dettagli della Deposizione di Cristo di Bronzino (1545) la cui versione più nota, attualmente conservata a Palazzo Vecchio a Firenze, è essa stessa opera copiata dal Bronzino otto anni dopo l’originale. In questo dipinto è prominente la Pietà; il corpo quasi nudo di Cristo amorevolmente accudito tra le braccia di Maria. Visto nella Casa di Dio, e più specificamente con la funzione di pala d’altare nella cappella di Eleonora di Toledo, la sua manifesta eroticità potrebbe considerarsi più una riflessione Rorschachiana della propria perversione psichica piuttosto che un prodotto derivante da un intento artistico. Tuttavia, nulla risulta più centrale del suo fallo quasi visibile, delicatamente drappeggiato da una sottile striscia di stoffa leggera. Nozioni di improprietà carnale, incestuosa, necrofila e le implicite mutazioni genetiche che ne derivano non trovano posto in uno spazio di pia santità. Tuttavia, quando campioni speculari di questi dettagli centralizzati vengono presentati nel contesto di uno spazio secolare situato al centro dell’ex Sacro Romano Impero, l’aura dell’intento tassativamente censurato di Branzino diventa incontestabile.

    Scott Laufer (1988, Philadelphia) è un artista che vive e lavora a Los Angeles, in California. Imparare a dipingere replicando fedelmente i dipinti di antichi maestri ha permesso a Laufer di padroneggiare tecniche complesse per esplorare idee contemporanee sulla rappresentazione, il mimetismo e i nuovi segni e simboli del XXI secolo. Con echi di grandiosità barocca, sfida concetti di rappresentazione e metafora con abilità virtuosistica, presentando così paludi psicologiche dell’inquietante. The Copyist sarà la sua prima mostra con Barbati Gallery.

Barbati Gallery

PALAZZO LEZZE
CAMPO SANTO STEFANO, 2949
30124 VENEZIA VE, ITALY

Tuesday - Saturday
11:00 AM-1:00 PM
2:00 PM - 7:00 PM

Sunday by appointment only

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