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An exhibition curated by Luca Lo Pinto

The exhibition unfolds like an arrangement of things and thoughts with Jason Dodge at its center—not as a singular authorial voice, but as a presence that enables others practices to appear (Merry Alpern, Yvo Cho, Keta Gavvasheli, Megan Plunkett, Felice Tosalli). The works occupy the gallery space according to different temporalities: at times in isolation, at times in relation, appearing briefly or lingering long enough to recalibrate the rhythm of the space.The show is not conceived as a conceptual proposition or a thesis to be demonstrated. Instead, it develops from shared affinities, parallel intuitions, and a sensitivity that moves across distinct practices. The works engage one another without explanation, forming a conversation made of gestures, materials, and decisions rather than words. Meaning arises through proximity rather than prescription. Attention is favored over interpretation, presence over statement. Viewers are invited to stay with what unfolds when works come into contact—when they align, pause, or quietly diverge.

At the center of this constellation, Jason Dodge’s practice establishes the conditions for such encounters. Through subtle gestures, restraint and an avoidance of fixed subjects, his work —often composed of traces and objects drawn from everyday life— foregrounds the viewer’s agency in the production of meaning. The traces and objects drawn from everyday life he gathers resist narrative closure, instead proposing perception itself as an active and generative force. Around this sensibility, other practices find both tension and resonance. Merry Alpern’s photographs introduce an acute awareness of the ethics and the complicity embedded in the process of looking.

By positioning the camera at the threshold between public and private space, her images unsettle the stability of observation and implicate the viewer in acts of surveillance and desire. Yvo Cho’s practice interrogates the status of images and circulation of images, questioning their reliability as they move across different platforms and contexts. Working fluidly between photography, sculpture, and film, he frequently incorporates the act of documentation into the work itself. Keta Gavasheli engages sound, poetry, and performance through collage-like strategies that evoke the fragmented textures of memory and interior space. Cassette tapes function as both medium and archive—material repositories of spoken text that render language distant, partially obscured, and preserved in another form. Megan Plunkett’s image-based installations examine the material conditions and visual economies that shape photographic reality. Through seriality, spatial displacement, and the incorporation of props or found objects, she cultivates estrangement within familiar scenes. Felice Tosalli’s animal sculptures, though rooted in an earlier historical moment, contribute a distinct material and imaginative register. Carved and often polychromed in wood, his works combine technical precision with a refined, fairy-tale sensibility. Placed after the exhibition’s initial proposition, these practices do not illustrate or confirm its premises; rather, they unfold as parallel articulations of a shared attentiveness. Together, they shape a space in which meaning emerges slowly—through adjacency, contrast, and the quiet persistence of things.

 

For press requests please write to hello@barbatibertolissi.contact.

An exhibition curated by Luca Lo Pinto

La mostra si dispiega come una disposizione di cose e pensieri con al centro Jason Dodge — non come voce autoriale singolare, ma quale presenza che permette il manifestarsi di altre pratiche (Yvo Cho, Keta Gavasheli, Megan Plunkett, Merry Alpern, Felice Tosalli). Le opere occupano lo spazio della galleria secondo temporalità differenti: talvolta isolate, talvolta in relazione, apparendo brevemente o sostando abbastanza a lungo da ricalibrare il ritmo dello spazio. La mostra non è concepita come una proposizione concettuale o una tesi da dimostrare. Si sviluppa piuttosto a partire da affinità condivise, intuizioni parallele e una sensibilità che attraversa attitudini distinte. Le opere dialogano senza fornire spiegazioni, dando forma a una conversazione fatta di gesti, materiali e decisioni più che di parole. Il significato emerge dalla prossimità più che dalla descrizione. L’attenzione è privilegiata rispetto all’interpretazione, la presenza rispetto all’enunciato. I visitatori sono invitati a fermarsi ad osservare ciò che accade quando le opere entrano in contatto — quando si allineano, si sospendono o divergono silenziosamente.

Al centro di questa costellazione, l’approccio di Jason Dodge stabilisce le condizioni per tali incontri. Attraverso gesti sottili ed una pratica improntata alla sottrazione e all’eludere soggetti fissi, il lavoro — spesso composto da tracce e oggetti tratti dalla vita quotidiana — mette in primo piano il ruolo attivo dello spettatore nella produzione di significato. Le tracce e gli oggetti che Dodge raccoglie resistono a una chiusura narrativa, proponendo invece la percezione stessa come forza attiva e generativa. Attorno a questa sensibilità, le altre pratiche trovano tanto tensione quanto risonanza.

La pratica di Yvo Cho interroga lo statuto e la circolazione delle immagini, mettendone in discussione l’affidabilità mentre si muovono tra diverse piattaforme e contesti. Muovendosi con fluidità tra fotografia, scultura e film, incorpora spesso l’atto stesso della documentazione all’interno dell’opera. Keta Gavasheli attiva suono, poesia e performance attraverso strategie simili al collage che evocano le texture frammentarie della memoria e dello spazio interiore. Le cassette diventano al tempo stesso medium e archivio — depositi materiali di testi parlati che rendono il linguaggio distante, parzialmente oscurato e conservato in un’altra forma. Le foto di Megan Plunkett esaminano le condizioni materiali e le economie visive che plasmano la realtà fotografica. Attraverso la serialità, lo slittamento spaziale e l’integrazione di oggetti di scena o elementi trovati, coltiva un senso di straniamento all’interno di scene familiari. Le fotografie di Merry Alpern rivelano una consapevolezza dell’etica e della complicità insite nel processo del guardare. Posizionando la macchina fotografica sulla soglia tra la dimensione pubblica e privata, le sue immagini destabilizzano la stabilità dell’osservazione e coinvolgono lo spettatore in gesti di sorveglianza e desiderio. Le sculture animali di Felice Tosalli, pur radicate in un momento storico precedente, apportano un registro materiale e immaginativo distinto. Intagliate e spesso in legno policromo, le sue opere combinano precisione tecnica e una sensibilità fiabesca.

Presentati in risposta alla proposizione iniziale della mostra, questi diversi approcci non ne illustrano né confermano le premesse; si dispiegano piuttosto come articolazioni parallele di un’attenzione condivisa. Insieme, modellano uno spazio in cui il significato emerge lentamente — attraverso adiacenze, contrasti e la quieta persistenza delle cose.

La mostra si apre con la sola presenza di Jason Dodge, al quale si uniranno, settimana dopo settimana, le opere degli altri artisti.

 

Per ulteriori informazioni contattare hello@barbatibertolissi.contact

Barbati Gallery

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